UN TE' DIGITALE CON NINA GIGANTE
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UN TE' DIGITALE CON NINA GIGANTE
UN TE' DIGITALE CON NINA GIGANTE
Pubblicato da Flavia Giordano il 13/03/2015

Il suo nick name era Fioriviola, quando ci siamo conosciute nella primavera del 2006.
Ci incontravamo in quello che avevamo chiamato “Laboratorio virtuale di immaginazione urbana”, un collettivo di architetti paesaggisti, di designers e sognatori che provavano a ridisegnare a più mani il futuro di una grande caserma abbandonata nel centro di Bari.
Con Antonella, naturalmente, parlavamo di libri, scrivendo e smanettando per il blog del collettivo.

Prese dal tourbillon della vita, ci siamo perse per un po’ di anni, percorrendo orbite ellittiche in giro per l’Europa e l’Italia. Per poi ritrovarci di nuovo insieme, grazie ai libri, alla cucina e al nostro amore per la Puglia, tra le casette bianche di calce e le balconate a strapiombo sul mare di Polignano.
E’ qui, durante il Festival il Libro possibile (di cui Antonella è l’ufficio stampa), durante la presentazione del nostro “Eat Different” insieme a Paola Sucato, che le mancine hanno (ri)abbracciato la Nina.

F. Antonella, tu sei una mancina doc, che ha fatto del mangiare differente il proprio stile di vita: hai eliminato dalla tua dieta alimenti con il nichel e in questo ti ha aiutato molto la cucina macrobiotica di cui sei una cultrice. Ce ne vuoi parlare?

A. Sono sempre stata attratta dal "mangiare differente", anche molto tempo prima di scoprire questa pervasiva allergia al nichel e di essere folgorata - e salvata! – dalla macrobiotica. Sono diventata vegetariana a 17 anni, scelta stranissima per una paese della Puglia di quasi vent'anni fa, in cui le braciolette erano d'obbligo con il ragù della domenica, e a 25 ho smesso anche di mangiare latte e glutine, altra follia nella patria di focacce e latticini. Sentivo che non facevano bene al mio corpo, ma, nonostante facessi lo slalom tra i piatti durante le cene con amici che mi guardavano come un'aliena (“nemmeno una mozzarella piccola? E questa fettina di salame?”) e avessi una dieta "formalmente" impeccabile (tantissima verdura, frutta, cerali integrali e blabla), i miei mal di pancia non accennavano a diminuire. Era colpa
del nichel, ma io non lo sapevo
. Pensavo di alimentarmi al meglio, seguendo i dettami di una dieta - quella vegetariana - che però per me era nociva, non salutare.
Ho incontrato la macrobiotica mentre vivevo in Olanda dopo la laurea, ma non è scattato il colpo di fulmine: ci sono voluti altri 10 anni, molti dolori e, soprattutto, l'incontro con Gaia de La Cucina Verde per cambiare la mia vita e farmi capire che quella era la mia strada. In poco tempo ho ripreso chili, salute, energia.
Sono tornata a divertirmi con il cibo, a mangiare cibi che prima mi avrebbero fatto male solo a guardarli, a giocare con i colori, le forme, gli stili di cottura in un
senso non solo estetico, ma anche profondamente etico, a capire quanto importante sia quello che mettiamo nel nostro piatto. Il mantra del mio 2015 è, infatti, "consapevolezza" o mindfullness, come si dice qui in UK, e la mia macrobiotica è prima di tutto ascolto, cura, attenzione. Consapevolezza, appunto.




F. I libri, in particolare quelli di cucina, sono la tua passione. Leggendo la tua rubrica su Honest Cooking e sbirciando sul tuo profilo Instagram ne ho scoperto di meravigliosi, dove le ricette, le illustrazioni e la creatività si fondono insieme. Vuoi condividere con noi i tuoi 3 food-libri del cuore?

A. Scelgo un cookbook, un saggio e un romanzo perché, prima ancora delle ricette, credo siano importanti le storie, i racconti, i pensieri dietro il cibo.
Di sicuro è "Plenty" di Yotam Ottolenghi il libro che vorrei ritrovarmi accanto se naufragassi su un'isola deserta. Il più bel libro sulle verdure mai realizzato. Si dice che, quando ami un libro di cucina, provi tre o quattro ricette al massimo: con Plenty, io non riesco a smettere. Dopo i primi entusiasmanti esperimenti, insieme al mio compagno, abbiamo deciso di provarne una a settimana, facendo un "Ottolenghi Dinners Project" che ci sta regalando grandi soddisfazioni e ottime cene!
“Breviario di resistenza alimentare" di M. Pollan é un libretto semiserio, che non mi stanco di rileggere. Contiene alcune regole di buon senso, ma che spesso dimentichiamo, obnubilati dalla frenesia e dal marketing ("evita prodotti con ingredienti che nessun essere umano normale terrebbe in dispensa"; "non mangiare niente che la tua bisnonna non riconoscerebbe come cibo"; “se non hai abbastanza fame da mangiare una mela, allora non hai fame”; “mangia tutto il cibo-spazzatura che vuoi se sei tu a cucinarlo”).
“L'inconfondibile tristezza della torta al limone" di Aimee Bender é un romanzo di cui ho adorato l'idea di fondo: la piccola Rose che ne è protagonista percepisce i sentimenti di coloro che hanno preparato il cibo che mangia. La torta al limone che dà il titolo al libro, per esempio, sa di vuoto, è triste, proprio come la
mamma che l'ha preparata, stretta in una vita che non la soddisfa. E così il latte, stanco come i mungitori, o la gelatina d’uva, piena di frustrazione come le cuoche della mensa. Se anche voi non potete scindere il cibo dalle persone e dalle storie dietro quel cibo, se credete che impastare il pane con amore sia un ingrediente importante quanto farina, acqua e lievito buoni – e che i panini del supermercato sappiano di plastica anche perché prodotti da macchinari e operai annoiati – non ho
dubbi: entrate in una libreria e prendete Rose per mano.



F. “Romeo e Julienne. Scrittori e personaggi tra fornelli e web” é il tuo ultimo libro, scritto con Francesca Mastrovito, nel quale hai immaginato alcuni celebri personaggi della letteratura classica - un’Alice nel paese delle meraviglie delle foodblogger, un Romeo Montecchi twittatore sotto il balcone della sua Giulietta, un Ulisse recensore di ristoranti per Tripadvisor - alle prese fra attrezzi di cucina e social network. Come è nata l’idea?

A. Passeggiavo sul Tamigi, quando, all’improvviso, l’ho vista: seduta a un tavolino, dietro la vetrina di un caffè, c'era lei, Virginia Woolf. Mangiava una fetta di torta, beveva té, scriveva, guardava il mazzo di fiori che aveva accanto, tornava a digitare qualcosa sul suo laptop. Ho strabuzzato gli occhi e tirato fuori il mio iPhone: da Instagram addicted quale sono non potevo farmela sfuggire! Tornata a casa, non riuscivo a smettere di guardare quella foto. Chissà cosa farebbe, mi chiedevo, se Virginia Woolf fosse davvero viva oggi. Anziché tenere Diari, pensavo, magari avrebbe un blog, e bacheche di Pinterest su cui annotare le ispirazioni per i suoi romanzi. Di certo, ci sarebbero torte di mele, pagnotte fatte in casa e la marmellata di more che amava preparare per gli amici del Bloomsbury nel suo account Instagram.
Ho cominciato a fantasticare e chiedermi cosa succederebbe se i grandi scrittori che tanto amiamo - Shakespeare, Flaubert, Lewis Carroll, Omero, solo per citarne alcuni - vivessero oggi, in questo tempo così connotato dai social network, di cui tutti ci lamentiamo ma su cui, poi, comunque passiamo le giornate. Probabilmente alcuni dei loro personaggi avrebbero finito per utilizzare questi mezzi, che stanno cambiando il nostro modo di comunicare e immaginare: magari Madame Bovary avrebbe letto su Kindle, Romeo sarebbe corso a cercare Giulietta su Twitter, Ulisse avrebbe anche recensito qualcuno dei posti dove mangiava, visto che, come dice Omero, “non salpava mai senza essersi tolto la fame e la sete”. E Ulisse sarebbe stato di certo in buona compagnia, visto che molti dei protagonisti e degli autori, sono stati dei grandissimi foodie: romanzi, poesie, piéce teatrali sono pieni di dettagli culinari, disseminati qua e lá come tesori nascosti. Mi sono divertita a ricostruire queste trame segrete e, con un po’ di fantasia e tanto studio, è nato “Romeo e Julienne”, il libro prima, il sito subito dopo.




F. Da qualche tempo ti sei trasferita in Inghilterra per seguire le tue passioni: i libri, la cucina … l’amore. Come é cambiata la tua vita lavorativa? Cosa ti manca dell’Italia, cosa no? Quali nuovi orizzonti culinari ti ha aperto la terra di Virginia Woolf?

A. É un po’ come quando, da bambina, mi divertivo a unire i puntini e alla fine compariva una figura: beh, qui sto comparendo io. Dopo quasi 10 anni dedicati all’editoria, in libreria prima e in una casa editrice poi, ho sentito che era arrivato il momento di una svolta. Che la passione per i libri doveva abbracciare l’altra mia
grande passione, la cucina, di sicuro rafforzata dalla mia esperienza di salute, dal fulmine “mancino” per la macrobiotica e, più in generale, per una cucina attenta alle esigenze nutrizionali individuali. Ognuno di noi é diverso: perché la dieta con cui ci alimentiamo deve essere standard? E soprattutto: il cibo è un bisogno emotivo, prima che fisiologico. Scegliamo cosa mangiare in base a tanti fattori, l’ultimo dei quali é la fame, e quello che mangiamo influenza ciò che siamo e ciò che proveremo.
Così mi sono trasferita qui e, mentre lavoravo al libro, mi sono iscritta all’International Macrobiotic School, frequentando i corsi, unici in Europa, di Emotional Healing and Eating, cominciando poi a tenere i miei corsi di cucina a Londra.
Vivere a Cambridge, nella città in cui Virginia ha scritto Una stanza tutta per sé, mi ha fatto venire sempre più voglia di scrivere e perfezionarmi in FoodWriting e FoodStoryTelling, cose prese molto seriamente nel mondo anglosassone, e dopo aver studiato al Guardian con grandi professionisti, comincerò a giorni a tenere delle lezioni ispirate a Romeo e Julienne.
Insomma, scrivo, insegno e cucino: unendo i puntini, sto finalmente diventando il sogno di me da bambina.

F. Ci lasci con un aforisma culinario-letterario?

A. I tre aforismi del mio cuore: "J'aime être gourmande" Colette; “Ci sono tre cose che una donna è capace di fare con un niente: un cappello, un'insalata e una scenata”, Mark Twain, e la frase che più mi rappresenta, nella vita come in cucina, tratta da Le Onde di Virginia Woolf, "fluisco pur restando radicata".

Photo credits: tutte le foto sono di Antonella Gigante, tranne la n. 1 di Sonia Santagostino, la n. 3 di Alessandra Spairani e la n. 4 di Flavia Giordano


Flavia Giordano
Flavia Giordano
foodblogger
Sin da piccola mi sono intrufolata nelle cucine di tutto il mondo dove ho iniziato a collezionare odori, sapori e nomi che raccolgo in una mia personalissima nomenclatura mentale. Naso da ...vai alla scheda

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